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Verdini, le motivazioni della condanna: gestione della banca imprudente e disastrosa
TOSCANA - 19/06/2017 - Verdini, le motivazioni della condanna: gestione della banca imprudente e disastrosa Lo scrivono i giudici del tribunale di Firenze nelle motivazioni della sentenza con la quale hanno condannato Denis Verdini, senatore di Ala, a 9 anni

La gestione del Credito cooperativo fiorentino è «risultata imprudente quanto ambiziosa, seguita dalla consapevolezza, maturata dapprima dal senatore Verdini e, subito dopo, quanto meno a partire dal settembre 2008 anche dal management, di un imminente disastro, ormai inevitabile e reso poi palese dall’ispezione della Banca d’Italia del 2010». Lo scrivono i giudici del tribunale di Firenze nelle motivazioni della sentenza con la quale hanno condannato Denis Verdini, senatore di Ala, a 9 anni. Quella decisa dal tribunale di Firenze non poteva prescindere, «dall’individuazione di una pena congrua ed adeguata al fatto concreto, dalle dimensioni della vicenda, dalla gravità enorme del fatto ricostruito, dalla patologia dei finanziamenti concessi, dall’indifferenza verso la vigilanza e dallo spregio delle regole». Lo stato di insolvenza in cui finì l’ex Credito cooperativo fiorentino, per 20 anni presieduto dal senatore Verdini, fino al suo commissariamento nel luglio 2010, è «ascrivibile a condotte gestionali abnormi ed irregolari, riconducibili al management», della banca «e non certo attribuibili a chi era intervenuto per porre fine e rimedio alle stesse». Così i giudici del tribunale di Firenze che il 2 marzo scorso hanno condannato Verdini a 9 anni di reclusione e altri 33 imputati. Una risposta alle difese di alcuni imputati, in particolare del senatore di Ala, che avevano puntato il dito contro i commissari e la loro gestione. Infatti da parte del senatore si è assistito ad un tentativo "di delegittimazione" dei Commissari straordinari, e anche "degli ispettori di Banca d'Italia". E ancora. Sulla Btp. Anche dopo la percezione della fortissima crisi del gruppo Fusi Bartolomei, la banca aveva continuato a sostenere i due imprenditori, nella piena consapevolezza della precarietà della loro situazione". Che la Btp di Fusi e Bartolomei fosse un "gruppo", scrivono i giudici, era chiaro anche all'interno del credito ma "si era deciso di tenere separate le posizioni: era stata una scelta, non una sottovalutazione". Una scelta non solo del presidente dell' istituto ma: "l'intero management e lo stesso collegio sindacale", per i giudici, erano "perfettamente a conoscenza" di quanto avveniva, "non solo in termini astratti, ma specifici e concreti". I finanziamenti concessi alla Btp non sono quindi state solo operazioni "rischiose, ma viziate da una scelta ostinata, consapevole e testarda". Tanto che "quando le banche più importanti li abbandonarono, pretendendo la sostituzione del management e degli organi di controllo delle società del gruppo Fusi-Bartolomei - si legge ancora nelle motivazioni -, per il credito si aprirono le porte dell'inferno". Del resto la Btp e tutte le altre società collegate, erano "imprese attive ma che vivevano sul filo del rasoio, sul ciglio del burrone", per la "scaltrezza nell'attingere a finanziamenti che servivano ad avvalorare i progetti, che si autoalimentavano di nuova finanza, che serviva per effettuare movimenti infragruppo, che a loro volta determinavano un'apparenza di solidità, che invece nascondeva un precario equilibrio".

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